F A B I O G R A S S I
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Lacerazioni. Una mostra di Irene Veschi.

4 dicembre 2011-8 gennaio 2012.

 

 

'L’artista è la mano che toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. E’ chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima'. 

(Wassily Kandinsky da 'Lo spirituale dell’arte')

 

 

Con la mostra “Lacerazioni” viene presentata la recente produzione pittorica di Irene Veschi, la quale pone all’occhio e all’animo attento di chi osserva un inedito percorso emotivo e intellettuale. Partendo dalle composizioni segniche precedenti, apre il suo interesse al grande tema della superficie intesa nell’accezione semiotica, ridefinendo il concetto stesso di quadro come qualcosa che rimanda ad altro. Tale ricerca ha origini lontane nel tempo poiché riprende l’intuizione delle opere risalenti al periodo di formazione dei primi anni novanta e che tanta entusiastica approvazione ricevettero dallo storico dell’arte Bruno Corà, all’epoca docente della cattedra di Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia. Agli stessi anni appartiene la scoperta della pittura dell’artista perugino Roberto Fasola, ancora oggi non sufficientemente indagato e valorizzato con uno studio sistematico e scientifico. Emerge nella serie qui proposta al pubblico tutto il retroterra formativo ed estetico della Veschi. Come non vedere nelle tensioni, nei fasci dei volumi, nell’attenzione al rigore formale, l’influenza del mai abbastanza compianto Arnaldo Blasetti? Sempre nel già citato periodo accademico grazie al pittore docente ebbe modo di accostarsi allo studio dell’anatomia artistica.

Nei fondi spesso scuri e sordi si aprono squarci, strappi mai casuali o gestuali quanto piuttosto calibrati e compositivamente misurati. All’interno stratificazioni cromatiche di carta si rapportano secondo i criteri della superficie e della materia. Si alternano, sovrappongono o giustappongono carte lucide, opache, lisce, ruvide, leggere, trasparenti, pregiate e umili ma mai rinunciando alla pittoricità più tradizionale attraverso liquide o materiche stesure di colore, solitamente di brillante colore acrilico. La combinazione delle varie campiture produce rapporti tonali di accordi o dissonanze, un universo che sembra scaturire in un temporale che libera linee come fossero lampi o più raramente pioggia di colore. Tale svolta nella produzione di Irene è decisiva ma non va intesa come una cesura, quanto piuttosto come un repentino allargamento di confini. In alcuni dipinti traspare, accanto ad un tormento panico, una sorta di sacralità, forse reminiscenze di predelle, pale d’altare o immagini sacre. La pittura in effetti è “icona” misteriosa per sua stessa natura e nelle “lacerazioni” si annuncia il mistero dell’esistenza, l’andare oltre i segni del mondo e le cose del vivere quotidiano. L’intensità di questa esperienza si sviluppa nel tentativo di volare con la fatica della materia, poiché il colore è pur sempre e comunque materia. Come non pensare a tal proposito allo sforzo titanico dei “Prigioni” michelangioleschi, tutti tesi nel dissidio neoplatonico tra spirito e materia, tra idea pura e dura pietra! Per andare oltre occorre però inciampare nel limite, nello sguardo, nella forma e nella concretezza che la pratica e la tecnica ci propongono (tecnica nell’accezione greca di tecnè, di arte appunto). La materia pittorica diviene quindi per Irene Veschi il pretesto per rivelare l’ansia dello spirito nel ricercare ciò che ci attende.

Una pittura imprevedibile, sublime, al limite del nulla, del vuoto… sospesa tra l’attendibilità dell’oggetto-quadro e l’inattendibilità di una visione. Lo squarcio è anche perdizione di una luce che tutto occulta e che nulla rivela, una luce remota e profondamente simbolica, eco dei tagli luministici pre-cinematografici di Caravaggio o di quelli più recenti dei “grattages” di Hans Hartung (straordinariamente commovente e lirico quello della Collezione Arte e Spiritualità di Brescia dal titolo “T 1966-E9” del 1966, donato dall’artista a Papa Paolo VI). Luce abbacinante quindi, che annuncia l’ignoto in chiave introspettiva, come in un contemporaneo ma sempre ieratico fondo oro bizantino. E non meraviglino allora la brillantezza dei colori portata quasi ad un estremismo, nell’intento di esaltare l’idea di uno spazio “altro”, tanto lontano quanto coincidente esattamente con noi stessi.

 

(Novembre 2011)

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© Fabio Grassi